LUNGO IL FIUMICELLO : BORGO E CORTI RURALI

IL BORGO VO’

Quanti anni, quanti sudori e lacrime ci son voluti prima che le campagne del Vo’ venissero completamente bonificate dalle “acque perse” del Fiumicello e dei suoi affluenti, irreggimentandole entro alti e robusti argini, portando tutto il territorio alla condizione odierna per dar modo che la terra finalmente emersa, lavorata dalla fatica dell’uomo, beneficata e plasmata dal sole, dalla pioggia e dal vento potesse dar copioso frutto e nutrire soprattutto tanta povera gente! I corsi d’acqua sin dall’antichità sono stati motivo di attrazione per l’uomo: erano le uniche “strade” percorribili in mezzo ad una foresta molto fitta, quasi amazzonica; gli animali selvatici che cacciava alle abbeverate ed i pesci che pescava con gli arpioni nelle placide acque erano il suo principale sostentamento. Se la prima presenza umana a Brendola e’ testimoniata dai ritrovamenti archeologici dell’Età del Bronzo medio al Monte Castello ed alla chiesa di S. Michele, 1’antropizazione della pianura, soprattutto nelle vicinanze del Fiumicello e delle varie sue risorgive, e’ avvenuta particolarmente per mezzo dei Paleoveneti, verso il 1000 A.C., attestata dai numerosi rinvenimenti al Vo’ (zone di via Muttoni e limitrofe), alla Fangosa, all’Arcomagna, alla Pila, ai Casoni. La Cultura Paleoveneta s’impose in particolar modo nel territorio attuale del Veneto, con espansioni anche al Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia e la sua economia era legata prevalentemente all agricoltura, all’allevamento del bestiame, alla caccia e pesca, oltre che all’artigianato del bronzo e della ceramica, alla lavorazione del legno, dell’osso e del corno. Da noi i ritrovamenti sono stati sinora esclusivamente materiali fittili, degli esemplari d’osso e corno lavorati, due bronzetti dell’altezza di circa 10 cm., dì cui uno dedicato a Reitia, dea venetica assai versatile, ma soprattutto delle acque e 1’ altro di un uomo a cavallo, forse un guerriero, andato perduto. Con la coltivazione della terra (si seminava un tipo di frumento primitivo) la popolazione si sposto’ dal monte al piano, nei terreni emersi dalle acque (Vo’, Arcomagna, Pila, Grasso, Orna, S. Giacomo, Soastene), ma a seguito della notevole crescita demografica i nuclei sparsi di capanne si aggregarono e gli insediamenti divennero stabili.Quando Roma nel III secolo A.C. comincio’ la politica espansionistica verso la pianura padana incontro’ i Veneti che, spinti da comuni interessi, non ne ostacolarono 1’ avanzata, bensì’ mantennero per lungo tempo un forte sentimento di amicizia e per questo non subirono confische di terreni o fondazione di colonie nel loro territorio. La Cultura Romana da allora inizio’ un costante e continuo assorbimento di quella Veneta, non avvertito da quest’ultima, fin ad integrarla completamente con la concessione dello “ius Latii” (diritto latino) ed il titolo di “municipium” dato ai suoi maggiori centri (Vicenza, Verona, Padova, Altino, Adria, Oderzo).La sovrapposizione graduale della romanità e’ nella nostra zona palpabile ancor oggi nei rinvenimenti archeologici, anche di superficie: dopo ogni aratura, in particolari siti, compare il materiale fittile romano sopra, alle volte frammisto, a quello paleoveneto, che si distingue dal primo per la differente metodologia della cottura dell’argilla. Al Vo’ e luoghi attigui la presenza romana risulta significativa sia che nel toponimo attribuito alla località, in quanto proveniente dalla disgregazione della parola latina “Vadum”, cioè guado, passaggio sul fiume, come dalla lettura di una primitiva centuriazione all’Arcomagna e alla Pila, dalle strade che sì rinvengono ad oltre tre metri di profondità sotto 1’ attuale livello dì terreno, dalle forme di canalizzazione sia fognaria che di bonifica venute alla luce in seguito a scavi occasionali, dall’eredità dei copiosi manufatti che il suolo ci ha ridato (ceramiche comuni, catini, brocche ansate, olle, anfore, vetri, pesi da telaio e da stadera, fibule, monete, embrici con impresso il bollo del fornaciaìo, basi dì colonne, lacertì dì fondamenta di case rustiche, steli funebri). Col decadimento dell’Impero Romano, anche il nostro paese subì’ il disastroso passaggio dei popoli barbari provenienti dal nord-est europeo, placatosì con 1’ avvento dei Longobardi (568 -774), che ci hanno lasciato importante traccia della loro permanenza in loco nella necropoli situata nel Monte dei Martiri. Ad essi si susseguirono con frequenza le invasioni degli Ungherì, terminate verso il Mille con la dominazione degli imperatori germanici del Sacro Romano Impero, che concessero ai Vescovi Conti la possibilità di costruire opere di difesa: e’ di questo periodo la erezione della Rocca dei Vescovi per dar rifugio alle persone e per conservare le derrate alimentari nelle “canipe”, cioè nelle cantine, durante le incursioni nemiche. Le terre emerse, non più’ coltivate, divennero ben presto regno di una fitta vegetazione cedua; presso 1’ archivio parrocchiale della Madonna dei Prati esiste la più antica pergamena posseduta, che e’ il primo atto scritto giunto a noi in originale riguardante una riunione del Comune di Brendola, datato 25 gennaio 1197: “in apud ecclesia Sanctì Mìchaelìs…. cum commune de Brendulis male debìtorum remasìsset opressum, ect”, cìoe’, convocata la convicinia presso la chiesa dì S. Michele e constatato che il comune, oppresso dai debiti, sì trova in grandi difficoltà finanziarie, dì comune accordo sì conviene dì vendere due campi dì bosco in Arcomagna. Seguirono le tantissime guerre medioevali di conquista con la recrudescenza delle già pessime condizioni di vita della nostra povera gente, con il passaggio del potere dalle potenti Signorie alla Repubblica Veneziana, quindi dall’Impero Austro-Ungarico all’annessione al Regno d’Italia di Casa Savoia. Da quei primi secoli del secondo millennio pero’ ricominciò quella faticosa e lunga opera dì recupero e bonifica della terra e si formò stabilmente quella disposizione insediativa urbana che troviamo tutt’oggi nella parte più antica del Vo’ .Fra i ricordi della mia infanzia rivedo il borgo del Vo’ che si sviluppava lungo le sponde del fiume, in una zona più elevata rispetto la prospiciente fertile campagna, attorno al ponte che permetteva il passaggio da una riva all’altra; il suo insediamento e’ stato condizionato dalla presenza dell’acqua, determinandone la tipologia con le variopinte “corti”. Queste, disposte a pettine lungo il fiume, avevano le case allineate, con il cortile in comune e dinanzi ad ognuna 1’ orto col piccolo pollaio ed il porcile del maiale (staloto del mas-cio) ed in fondo, sul fiume, bevarara” o “beverara”, cioè 1’ abbeveratoio a cui tutti gli abitanti della corte avevano diritto dì accesso per andare a lavare i panni, attingere 1’ acqua per 1’ uso domestico , innaffiare 1’ orto e abbeverare gli animali. Dopo il molino, prima del ponte, di fronte al cancello dì villa Rossi, si trovava la spaziosa “bevarara” demaniale, aperta a tutti e serviva, considerata la sua larghezza e profondità, a risciacquare i panni grossi della “lissia”: sì vedevano allora le donne, con le ginocchia poste sopra un’assicella per tenerle all’asciutto e la schiena ricurva, a “sbattere” e strizzare le bianche e ruvide lenzuola di canapa (canevo) sui lavelli dì legno. All’inizio del paese la forza idraulica faceva muovere la turbina della segheria e la ruota del molino Bonamin, citato nelle “manifestazioni dei beni vescovili in Brendola” del 1262 e 1401: “ il Vescovo di Vicenza era proprietario anche del fiume e della sua acqua e nessuno poteva pescare con le reti od in altra maniera se non era in possesso dell’autorizzazione vescovile, fatta salva la concessione agli uomini dì Brendola dì poter pescare con ceste per proprio uso e consumo . I mulini ad acqua funzionavano in due maniere: a “peso” quando attraverso una canaletta 1’acqua cadendo dall’alto nei coppielli faceva girare la ruota; a “spinta”, come nel nostro caso, quando le pale a “cucchiaio” della ruota venivano fatte muovere dalla forza dell’acqua deviata per un canale (gora), dove una chiusa permetteva la variazione di velocità ed anche la possibilità dì fermarne il corso. La ruota faceva girare, per mezzo di una serie di ingranaggi, le macine contrapposte, dentro le quali veniva calato da una tramoggia il cereale da frantumare e faceva uscire il prodotto finito, cioè la farina e la crusca. Le macine più pregiate erano denominate “brembane” in quanto provenienti dalla Val Brembana; una dì queste e’ nascosta da una lamiera in ferro nel terreno incolto che congiunge il molino Bonamin con il cadente fabbricato già adibito a segheria. Nel tempo i molini hanno subito diverse trasformazioni: nel sei/settecento tre ruote muovevano tre coppie di macine, di cui una per il frumento, 1’ altra per il grano saraceno e la terza per le altre biade; nelle carte-mappe dell’epoca venivano disegnate le costruzioni dei molini e le ruote che facevano girare. Accanto all’attività molitoria ne sorgevano delle altre:
quella dei carrai che costruivano e riparavano i carri usati per il trasporto del sorgo, del frumento e della farina; quella dei falegnami che costruivano in legno gli ingranaggi a pioli che servivano, nelle strutture del molino, a trasmettere il movimento rotatorio al piano orizzontale; quella dei battitori di mole, che con un apposito martello, ogni quindici-venti giorni, scalpellavano le scanalature delle macine, che avevano la funzione di frangere il grano e far venir fuori la farina; per far bene questo lavoro dì battitura solitamente servivano due giornate piene. Durante 1’ inverno 1’ acqua del fiume ghiacciava, così’ si tagliava il ghiaccio per metterlo nella ghiacciaia pubblica (giazzara) adiacente al molino, cioè in un grande contenitore seminterrato, costruito solitamente in mattoni rossi, con cupola esterna coperta da uno strato di terreno, nel quale erano messe a dimora delle piante atte a far ombra, dì norma acacie (cascie), quindi tener fresco 1’ ambiente sottostante nel periodo più caldo e il tutto era regolato da ordinamenti comunali. E tanto ghiaccio serviva, in particolar modo nei mesi estivi, quando sì adoperava per tener bassa la febbre provocata dalle numerose infezioni virali e altre epidemie nefaste, quali il colera che non lasciava scampo, dovute soprattutto alle gravi condizioni igieniche e nutrizionali. Nei libri dei defunti, che si possono ancora trovare negli archivi delle vecchie parrocchie, sì parla delle decine di decessi che avvenivano nei mesi di luglio ed agosto, dovute a febbri perniciose, scarlattina, spasmi convulsivi, spasmo da verminazione per tantissimi bambini e quando uno di questi moriva le campane suonavano a festa per rammentare ai parenti che “1’ anzoleto” (1’ angioletto) era salito al cielo, a proteggere tutti. Dopo la “bevarara” demaniale sì succedevano, a sinistra del fiume, le corti:
dei Feltre, ora Ghiotto;
dei Graser con il forno a legna che cuoceva il pane per tutto il paese. Il
profumo del pane che emanava ogni infornata faceva venire 1’ acquolina in
bocca, anche se non riusciva a tappare i buchi nello stomaco;
dei Lombarda e Rigolon (Dordo) che per mestiere facevano i carrettieri;
dei Muffarotto;
dei Rigon. Chi non ricorda le coperte imbottite e i materassi costruiti dalla
Angelina, deceduta da poco tempo e moglie del falegname (marangon)
Bruno Murzio, che passava per le case contadine ad aggiustare tutto ciò che era fatto col legno ;
dei Pellizzarì (Cana) .
Veniva quindi il negozio dì alimentari (la botega del casolin) dì Eugenio (Genio) e Piero Pretto, cui seguiva la corte dei Calori e Ceretta, quindi la bottega del fabbro, divenuta successivamente officina meccanica con 1’ unica pompa di benzina del luogo, dei Zadra, poi dei Girardi.
Di fronte ai Pretto stava la macelleria dì Mario Nardì, detto pure Mario Macaciodì o Mario Becaro e su per la salita (pontara) della chiesa Giuseppe Zerbato (Bepi Luziano) aspettava i pochi clienti.
Dopo i Zadra c’era 1’osteria trattoria col gioco delle bocce del burbero Ilario Pretto; seguiva la fattoria dei Maffei col grande cortile ed il “ selese “ in cotto rosso, dapprima era abitata dai Calori, poi dai Lombarda ed e’ 1’ attuale piazza Beltrame con gli edifici circostanti.
Appresso il ponte si trovavano le corti dei Pellizzari (Biondo), dei Lovato (Poldo), dei Muffarotto e degli Ongaro; dove ora c’è’ la pizzeria ed il giornalaio stava la seconda fattoria (boaria) dei Maffei con i portici e le stalle che confinavano col cortile dell’asilo, abitata prima della sua demolizione dai Castagnaro.
La maggior parte della popolazione dì Vo’ faticava nelle grandi aziende agricole dei Rossi, dei Maffei, dei Rigon, dei Bertozzo, dei Storato, dei Beltrame; nel contempo qualche famiglia traeva sostentamento dal “campeto”, cioè da un piccolo appezzamento di terreno, solitamente uno o due campi, avuto in eredità, coltivato a frumento, patate e fagioli o nel lavorare nei campi il granoturco – diradare le piantine (sc-ìarare), zappare (sapare), raccogliere le pannocchie (sunare)- per conto terzi (a parte) qualche filare (trimo) per ottenere un po’ dì polenta in più (una fila ogni dieci coltivate). Le donne, oltre che ai lavori domestici, aiutavano nei campi quando c’era più bisogno di braccia, poi accudivano al pollame, al maiale ed al piccolo orto nel quale, tra un’aiola (vaneda) di insalata ed una di cipolle, metteva a dimora anche un po’ dì dalie e zinnie che davano una pennellata. di calde tinte al piccolo riquadro di terra.
La fame era sempre tanta; sia i derivati dalla macellazione del maiale (salami, soppresse, lardo, ecc.) che i fagioli e le patate venivano centellinati: quando tutto era pressoché esaurito il fiume aiutava “a sbarcare il lunario”, a riempire le pance vuote con 1’immancabìle polenta e i piccoli pesci che venivano pescati con la rete semicircolare a sacco sospinta nell’acqua con un lungo manico (lovega).
Il Consorzio di Bonifica Fiumicello Brendola aveva alla proprie dipendenze alcune persone addette alla pulizia dell’alveo, poiché a quella delle rive pensavano i proprietari. dei terreni confinanti.
Erano Rigolon Arcangelo soprannominato “Madocola” in quanto la parola che più sovente usciva dalla sua bocca era “porcamadocola”, poi Ongaro Angelo coadiuvato dal figlio Ilario che a sua volta era genero di “Madocola”. Stavano sempre in piedi sopra le barche dal fondo piatto, spinte da una pertica, con in mano una falce dalla lunga impugnatura a tagliare 1’ erba od a controllare se le “nasse e i bardabei o bardoei”, cioè contenitori a più scomparti in vimini o spago, contenessero del pesce.
Vicino al ponte, dove esisteva un’altra “bevarara” ed il letto era pressoché coperto da pietrisco, si trovava il luogo di ritrovo dei ragazzi che li’ sguazzavano a piacere, fra gruppi di anatre che quiete nuotavano alla ricerca del cibo, dopo aver giocato la solita partitella a pallone nella vicina piazzetta della “pesa”; pero’ la piscina per eccellenza per tutti i giovani dì Brendola, che vi sì incontravano la domenica per nuotare e prendere il sole, era alla foce (scolo) della Risarola dove il fiume si allargava dopo una piccola cascata.
L’avvenimento più grande dell’anno al Vo’- la sagra del 1’ Assunta – vedeva sempre il fiume protagonista e la cuccagna sull’acqua era il gioco più divertente che vi si svolgeva:
bisognava attraversare il fiume camminando sopra un grosso tronco, unto di grasso, che aveva sugli appoggi esterni due cuscinetti, quindi girava a contatto della corrente. Partecipavano di solito personaggi burlonì particolarmente versati in trovate umoristiche tali da rendere ogni sagra un avvenimento singolare, da essere ricordato nel tempo.

LA CHIESA DI S. STEFANO

Non risultano documenti validi, atti a testimoniare La primitiva esistenza di una chiesetta al Vo’.
Lo stesso toponimo Vo’ s’incontra nei Libri dei Feudi solo dal 1256: “ultra vadum” (= dopo il guado), “a vado martire (= guado ai piedi del Monte del Martire). Sempre nel secolo XIII la contrà del Vo’ spesso è citata col toponimo Vadum, Wadum, Vaum.
Nei balanzoni del 1544 si trovano frequenti accenni a: “in contrà del vo, in contrada del vo over del figaro, in contrà del vo over del canale, in contrà del vo over dei molini”.
Secondo alcuni studiosi il toponimo può derivare da “vadum molere”, cioè macinar gli scarti di qualsiasi biada già prima macinata, oppure da “wadum”, ossia luogo dove si pesca.
L origine più attendibile potrebbe essere romana e provenire dal sostantivo “vadum” (= guado), cioè 1’ indicazione di un luogo di passaggio rialzato, quindi obbligato, tra le due grandi paludi di Brendola – S. Valentino e di S. Gaudenzio.
La prima testimonianza della antica chiesetta dedicata a S. Stefano di Vo’ si trova nel Libro A dei Feudi sotto 1’ anno 1288, seppur nella manifestazione dei beni in Brendola del vescovo di Vicenza del 29 dicembre 1262 si legge tra 1’ altro “ praeter Monticellum Mrtyrum, qui est comunis Brendolarum (= oltre il Monticello dei Martiri, che e’ del comune di Brendola); in questo caso e’ indicato il toponimo “dei Martiri”, ma più sovente nei documenti s’incontra invece quello “del Martire”, probabilmente a testimoniare la presenza di una piccola cappella dedicata al primo dei martiri cristiani, S. Stefano.
L’esistenza e’ comunque successivamente confermata nella visita del 1583 del vescovo di Vicenza Michele Priuli, poi in quella del vescovo Antonio Marino Priuli del 3 novembre 1743, il quale rileva che in questa chiesetta vi e’ messa tutte le domeniche, con onorario di ducati 25 dati annualmente dalla comunità.
E’ ancora nominata quale oratorio dipendente dalla chiesa arcipretale di S. Michele di Brendola nella “Descrizione delle Parrocchie” del 1777 ad opera del magistrato sopra i monasteri.
Nel 1820, durante là visita nella diocesi, il vescovo G.M. Peruzzi trovava che la chiesa di S. Stefano al Vo’ era di proprietà comunale; lo stesso dicasi nella visita del 1871 del vescovo Giovanni Antonio Farina. Al contrario, nella visita del 1899, il vescovo Antonio Feruglio rilevava che la chiesetta era di proprietà del signor Filippo Maffei.
Luca Ferro, arciprete di Brendola dal 1733 al 1736, nel suo manoscritto “Memorie su Brendola” così’ scrive:
“la popolazione della contrada del Vo’ e la distanza dalla parrocchiale die’ motivo alla comunità di fabbricare la chiesa di Santo Stefano.
Tra le carte esistenti nella Casa del Comune non si trovano memorie della di lei fondazione. Religiosi dell’ordine di S. Lorenzo Giustiniani di S. Giorgio in Alga di Venezia, residenti a S. Fermo di Lonigo, investiti al Vo’ di una decima episcopale, capitando fra I’ anno in quelle parti avevano il comodo di celebrarvi i sacri misteri. Dopo la soppressione dell’ordine compiutasi agli inizi del secolo decimottavo per delibera di Napoleone Bonaparte, le monache di S. Teresa tentarono di appropriarsi del loro juspatronato (acquisizione della decima episcopale), ma a questo tentativo si oppose con forza la comunità brendolana e le monache pertanto rinunciarono all’impresa.
Come si può dedurre da un disegno riportato nel libro “Brendola-Ricordi Storici” scritto dall’abate Bernardo Morsolin nel 1879, la cappella era inserita nel cortile della villa Maffei, laddove ora sì trova via Carbonara; sicuramente era pertinenza della massiccia costruzione, con apertura laterale sulla strada detta dei Martiri per consentire alla popolazione di frequentare la messa e le funzioni domenicali. La strada congiungeva I’ abitato del Vo’ con la contrada del Cerro, toponimo derivante da quercus cerris, specie di maestosa quercia dimorante spontaneamente in quel sito.
La villa, secondo il Morsolin, dovrebbe essere stata edificata agli inizi dell’Ottocento, ma certi particolari del fianco su strada, ed in particolare le finestre, lasciano parecchi dubbi : parrebbe probabile che su preesistenze seicentesche si sia operato un radicale intervento che ne muto’ la forma esterna, ma non 1’ impianto fondamentale. Come si e’ innanzi detto, di sicuro e’ appartenuta ai monaci di S. Giorgio in Alga di Venezia, poi alla facoltosa famiglia Ziggiotti, proprietari di filande, quindi, per lascito ereditario, al dottor Filippo Maffei ed ora alla famiglia Matteazzi.
La cappella, dal tetto a due spioventi laterali, aveva un unico altare in pietra con colonne corinzie a sostegno della trabeazione; la nicchia al centro conteneva la pala attribuita al Maganza , rappresentante la glorificazione di S. Stefano e recava nella parte terminale la scritta “A.D.C. Brendolarum 1615″. Sullo sfondo, come consuetudine dell’epoca, era raffigurata la chiesetta.
Alle pareti erano appese quattro tele attribuibili alla mano del pittore veronese Giuseppe Cignaroli (1727 – 1796), qui operante intorno all’anno 1780 e dedicate a S. Domenico, S. Giovanni Nepomuceno, SAntonio da Padova, al volto di Cristo su sindone sorretta da angeli. Ritrovate nel 1950, vennero restaurate dal prof. A. Dall’Amico di Vicenza ed ora sono collocate in canonica.
Nel 1879 i signori Filippo Maffei padre e Filippo Maffei figlio fecero proposta al Comune di Brendola di ribassare il piano della strada dei Martiri, dalla casa Bonato (= inizio dell’attuale salita) alle case Crestanello e di demolire la piccola
chiesa esistente lungo la strada stessa, che era, ritenuta di proprietà comunale, e di costruirne un’altra in prossimità di quella demolita, chiesa che sarebbe rimasta di proprietà comunale, il tutto in conformità al progetto dell’ingegnere Donati presentato il 5 gennaio 1879.
Il consiglio comunale di Brendola, nella seduta del 7 gennaio 1879 (quanta celerità a quei tempi, ndr.) accoglieva la suddetta domanda previa corrispondenza della somma di lire 2.000 da pagarsi in quattro rate uguali nel 1880-1881-1882 e 1883.
Il 22 giugno del 1881 l’ing. comunale dr. Carrara fece processo verbale di collaudo dei lavori. La nuova chiesa, costruita a spese dei signori Maffei, a mattina della loro casa dominicale sulla strada dei Martiri, fu aperta e consacrata al culto il giorno 26 dicembre 1881, giorno di S. Stefano, santo titolare della medesima.
I signori Maffei, nel timore che la chiesa, essendo di proprietà comunale, non potesse essere mantenuta in lodevole e costante stato di manutenzione, fecero formale domanda al Comune che ne venisse loro ceduta la proprietà, obbligandosi alle spese di manutenzione e di concedere in perpetuo 1’ uso della medesima per le funzioni religiose agli abitanti di Vo’.
La domanda venne accolta favorevolmente il 19 maggio 1882, a condizione che:
• la chiesa fosse esclusivamente adibita all’uso del culto cattolico;
• a carico dei Maffei fossero tutte le spese di manutenzione sia
ordinarie che straordinarie;
• il diritto di cui sopra si dovrà estinguere nel caso che gli abitanti di Brendola non usassero della chiesa per lo spazio di 30 anni. Nel caso in cui la chiesa dovesse perire totalmente, sempreché fosse dimostrato che si trattasse di loro incuria, i Maffei dovevano provvedere a ricostruirne un’altra;
• viene concesso all’arciprete pro-tempore di S. Michele di Brendola il diritto di esercitare nella chiesa tutte quelle funzioni religiose che egli credesse utile al bene della popolazione ed al disimpegno del suo ministero. Vengono date due chiavi della chiesa al conte Piovene, che ne consegna una all’arciprete Andrea Caron, divenuto successivamente arcivescovo di Genova.

La chiesa esistente in Brendola, contrada Vo’, dedicata a S. Stefano, ha per confini: a mezzogiorno la strada comunale detta dei Martiri, a levante e tramontana le proprietà Maffei, a sera le proprietà Monza (ora Rossi di via Verdi).
La chiesa pero’ era piccola ed insufficiente a contenere gli abitanti della sola contrada del Vo’, continuando quelli delle contrà Casetta, Canova, Rondole e Pedocchio a servirsi del santuario della Madonna dei Pràti; mancavano inoltre la canonica, gli arredi, i paramenti e 1’ oratorio non bastava ai fanciulli della borgata, cosicché fu concesso al mansionario della Madonna dei Prati di tenere nella sua chiesa la dottrina cristiana dei fanciulli, il catechismo agli adulti con le funzioni nei pomeriggi festivi.
La curia vescovile aveva intanto concesso la messa festiva al Vo’, senza obbligare i sacerdoti di S. Michele ad andare a celebrare, in considerazione dei contrasti sostenuti dai vari arcipreti succedutesi a Brendola. L’autorizzazione era giustificata dalle condizioni non più floride degli arcipreti e dall’impossibilità degli abitanti del luogo di provvedere alle spese di sostentamento per un cappellano. Gli abitanti di Vo’ desideravano inoltre da tempo staccarsi da S. Michele.
Prendendo spunto dalla partenza del mansionario della Madonna dei Prati, Il dottor Filippo Maffei e 1’ ingegnere Giuseppe Rossi, nella speranza di trasferire quel “beneficio” al Vo’ istituirono un comitato, passando casa per casa, per le contrà del Vo’:Casetta, Canova, Rondole e Pedocchio, per raccogliere le firme dei capi famiglia, allo scopo di avere un sacerdote fisso per la messa festiva.
Con fermezza si oppose, contro tale iniziativa, 1’ arciprete don Francesco Cecchin, che sin dai tempi della sua venuta a Brendola nel 1912, considero’ subito deleteria la separazione, sostenendo la necessità di costruire un tempio al Cerro, che aggregasse cosi’ tutta la comunità brendolana. Purtroppo questa iniziativa venne promossa e portata avanti dall’arciprete, pur non sussistendo più tale necessità, essendo la frazione del Vo’ già elevata a parrocchia con conseguente perdita di grandi forze fisiche ed economiche per la realizzazione dell’opera.(si mangiava un uovo in quattro persone per poter risparmiare e ricavare 1’ obolo per la erigenda nuova chiesa. dalla vendita delle uova non mangiate ).Ancor oggi si può vedere lo scempio compiuto sul dolce colle del Cerro nel costruire un siffatto enorme fabbricato abbattendo il grazioso villino Cità immerso in pregiate essenze arboree. Ancor oggi si può constatare 1’ inutilità di “quella voglia di fare a tutti i costi” quello che oggi viene chiamato dirupo monumentale di Brendola.
Le interpellanze del comitato furono accolte dal vescovo di Vicenza a condizione che la chiesa venisse ingrandita e costruita la casa per il curato.
Così’, sabato 6 ottobre 1923, sotto il pontificato di Pio XI (il Papa dei Patti Lateranensi), su delegazione del duca, conte, marchese, vescovo di Vicenza mons. Ferdinanado Ridolfi, il canonico Tiziano Veggian, pro-vicario generale della diocesi, benedì solennemente secondo il rituale romano e pose la prima pietra della erigenda chiesa di S. Stefano al Vo’. Erano presenti, non so con quanta letizia, 1’ arciprete don F. Cecchin e i suoi coadiutori don Antonio Danese e don Giovanni Battista Dalle Rive. Il terreno per la nuova chiesa era stato donato dal dottor Filippo Maffei e la progettazione fu eseguita dall’ingegner Giuseppe Rossi.
Il Corriere Vicentino del 12.10.1923 riporta nella parte finale della cronaca della manifestazione: … la bella festa fu un trionfo per il Vo’ e si svolse nella più dolce intimità e genialità, rallegrata dalla banda locale e chiusa da un grandioso spettacolo pirotecnico offerto dai signori Guido ed Antonietta Maffei Casnici.
Il 26 dicembre dell’anno seguente, giorno di S. Stefano, mons.Veggian benedì 1’altar maggiore.
Alla parrocchia di S. Michele fu assegnato il titolo di matrice, a quella di S. Stefano di filiale ed in segno di omaggio verso la matrice fu prescritto alla nuova parrocchia di ricevere da quella gli Oli Santi il giorno del venerdì’ di Pasqua.
Finalmente il 18 ottobre 1925 mons. Ridolfi firmo’ il decreto di
erezione della nuova parrocchia col titolo che prima possedeva la chiesetta del protomartire Stefano.
La parrocchia era formata dalla borgata, composta da 105 famiglie e dalle contrade della Casetta, Canova e Rondole rispettivamente con 20, 20 e 13 famiglie. Otto anni più tardi, il 4 dicembre 1933, Vittorio Emanuele III re d Italia firmo’ il decreto di riconoscimento civile. Alla cura della parrocchia venne chiamato don Angelo Vignaga, primo parroco, che trovo’ la chiesa e la canonica non ancora ultimate, cosa che avvenne nel 1926.
La chiesa era ad una navata, con la cupola ottagonale a quattro aperture, alta solo tre metri; in fondo al presbiterio, dietro 1’ altar maggiore dove ora sì trova 1’ organo, era collocata dentro una nicchia la statua della Madonna Assunta.
Nel 1927 fu costruito 1’ oratorio, attiguo alla chiesa, che venne decorato insieme al presbiterio nel 1928 dal pittore Puppin. Nella parete a nord era stato messo 1’ antico altare in pietra della primitiva chiesetta di S. Stefano; circa un decennio fa ha preso il posto occupato dall’altar maggiore benedetto da mons. Veggian, ed ora si può ammirare in tutta la sua composita bellezza al centro del presbiterio.
Sempre nel 1927 fu eretto 1’ altare dedicato ad Antonio, il santo taumaturgo di Padova; la statua in legno dipinto e’ opera del prof. Demetz dì Ortisei, in Valgardena.
Il campanile fu progettato dall’ing. Giuseppe Rossi nel 1930. Gli scavi per le fondamenta vennero iniziati nei primi giorni di agosto ed il successivo 9 settembre fu benedetta la prima pietra. In dicembre giunsero le campane fuse dalla ditta Cobalchini di Padova del peso dì 25 q.li; la loro benedizione avvenne il 6 marzo 1931: la prima in “re,” fu denominata S. Ottaviano, la seconda in “mi” S. Giovanni e la terza in “fa diesis” S. Maria. Poiché il campanile non era ancora ultimato furono collocate provvisoriamente nel loro castello nella piazzola antistante la canonica; vennero issate nella cella campanaria nell’aprile seguente ed il complesso campanario fu inaugurato il 14 maggio 1931.
Il campanile, alto 37 metri, fu dotato da un orologio da torre costruito dalla ditta Baccega di Cologna Veneta ed inizio’ a
funzionare il 1 maggio 1934, venne poi sostituito dall’attuale nel 1951, costruito dalla ditta Marchesini di Cornedo Vicentino.
Nel 1939, prima dell’inizio dell’ultima guerra mondiale, la fabbrica della chiesa venne ampliata con 1’aggiunta del transetto, delle due navate laterali e innalzata la cupola, raggiungendo cosi’ il suo aspetto attuale: il tutto in soli tre mesi. Le colonne divisorie in marmo, a sostegno degli archi a tutto sesto, furono donate dalla famiglia Rossi.
La chiesa a croce latina ed a tre navate, oltre all’ altar maggiore possiede altri tre altari:
• nel transetto a destra si trova quello intitolato a S. Antonio da Padova,
• di fronte, a sinistra del transetto, sta quello dedicato alla Assunzione della B.V. Maria. L’altare, costruito a formelle dal particolare significato teologico dall’ing. Fontana e dal compianto prof. Bepi Modolo a metà degli anni sessanta, e’ stato inaugurato solennemente il 15 agosto 1955 dal vescovo di Vicenza mons. Carlo Zinato,
• nella piccola abside della navata destra stava una volta la fonte battesimale. Dal 1953 contiene il terzo altare intitolato alla nostra concittadina S.M. Bertilla Boscardin, raffigurata in una grande pala, opera della pittrice Mina Anselmi.
All’interno, inoltre, si possono ammirare: il rosone centrale opera del prof. Modolo ed il sottostante dipinto raffigurante la deposizione del Cristo del pittore A. Soranzo, la copia della pala del Maganza dedicata a S. Stefano, le finestre istoriate con le immagini degli Apostoli e delle virtù teologali, 1’ organo nel presbiterio, la fonte battesimale, ed altro.
Al primo parroco don Angelo Vignaga seguirono don Giovanni Burati, don Saverio Crestanello e 1’ attuale don Giuseppe De Facci.
Il resto e’ storia d’oggi.
A conclusione si può ben dire che la tenacia, dimostrata dalla popolazione del Vo’ per arrivare alla costruzione, all’abbellimento della “sua” chiesa ed alla costituzione della parrocchia, ha cementato nel suo animo un forte vincolo di unità d’intenti, che tuttora permangono nella quotidianità della vita della comunità.

LE CORTI RURALI

Partendo da Vo’ per via A. Palladio, appena passate le scuole elementari, s’incontra a sinistra via Bernini – ex via Fangosa che segue per quasi tutto il suo tratto la Roggia Risarola; 1′ acqua scorre limpida, fresca, fra 1′ ombra dei salici, animata di tanto in tanto da nidiate di anatre dal becco guizzante a ghermire piccoli pesci.
Questa roggia nasce dalla Fonte dell’Orco, serie di risorgive che si trovano nella proprietà Bertozzo, quasi al fine di via A. Palladio ed ai confini con le pertinenze di villa casavalle; un tempo, prima del ‘500, s’immetteva nel Fiumicello Brendola all’altezza di Vo’.
Infatti, la scoperta dell’America nel 1492 effettuata da Cristoforo Colombo cambio’ radicalmente le vie marittime del commercio, costringendo la Serenissima Repubblica di Venezia a dirigere le proprie attività commerciali verso la terraferma, cedendo ai nobili veneziani i “beni inculti”, cioè quei terreni situati in zone paludose e lungo i fiumi, che in tal modo vennero bonificati, sia disboscando, che regolamentando 1′ afflusso delle acque, cosicché’ venne cambiato il corso della Risarola, raddrizzandolo dopo la attuale casa Lombarda e dirigendolo verso la piana bassa della Fangosa.
Alla sua immissione nel Fiumicello, nella zona ex palude di S. Gaudenzio, venne costruita una ciavega doppia (= chiusa) : una faceva defluire 1′ acqua nel fiume e 1′ altra, attraverso una galleria sotterranea confluiva 1′ acqua alla parte opposta e per la degora andava ad irrigare le risaie Valmarana.

Nella carta del 1570 di Domenico Gallo e Panfilo Piazola fatta per conto di Annibale Serego e Zuane Valmarana, nella parte piu’ a monte e’ segnata la “fontana dell’ orco”, dalla quale il conte Serego prima che 1′ acqua s’ immetta nel fiume, con una degora (Risarola) la porta con un ponte canale sotto passante il fiume stesso per la degora Valmarana fino ai propri campi da trasformare in risaia” (A. Vantini 1985).

Da allora ‘la roggia o degora iniziò a chiamarsi Risarola. Ma torniamo per un attimo all’origine della Risarola, alla Fonte dell’Orco, citata nei Feudi Vescovili sotto la voce “fontane” già nel 1249, ed al motivo per cui troviamo tante risorgive nella zona di Brendola: “la conoide ciottolosa, in prevalenza calcareo dolomitico con rare presenze basaltiche, formata dal comprensorio Agno – Guà e’ arrivata all’imbocco dell’insenatura dei colli di Brendola e Meledo, fatta a “scodella”, così’ le acque del Chiampo e del Guà penetrando nei propri letti ghiaiosi, in presenza degli strati impermeabili sottostanti, riaffiorano in superficie sotto forma di fontanazzi o risorgive appena ai margini di detta conoide, dando origine a numerosi corsi d’acqua (le rogge) che si dirigono a sud – sud est, cioè verso la zona depressa, ad alimentare il Fiumicello. Ma proseguiamo il cammino, abbandonato 1′ asfalto e lasciata a sinistra la Risarola e le case Vicentin e Rigon F.lli, prendiamo la stradina bianca che dapprima passa a lato di una concimaia in disuso e di una stalla con portico, per aprirsi poi nella corte della Fangosa, toponimo molto antico. Trovo scritto, infatti:
“……. il palude si scarica per la degora e per il Fiumicello Brendola che passa per Meledo e va a gettarsi nel Guà a Serego. Fra il Guà e la Brendola e’ una contrada (Fangosa) citata nel 1277: in hora de via fangosa = in prossimità della via fangosa, nel 1288: de fangosa apud nemus comunis = il bosco del comune presso la fangosa, nei balanzoni del 1544, e collo stesso nome esiste ancora” (V.Bellio – 1908).Il fabbricato dominicale e’ una tipica casa nobile estiva, fatta costruire intorno al 600′ dagli Anguissola, proprietari anche della omonima villa in contrà Valle dal maestoso portale di Ottavio Bruto Revese, lo si può desumere dal loro stemma nobiliare, seppur poco leggibile, posto all’interno del piccolo timpano sulla porta principale . La dimora ha subito tali rimaneggiamenti che hanno stravolto quasi completamente 1′ aspetto originario; restano a rammentarne 1′ origine nobile oltre che la porta principale, le aperture ai lati e del sottotetto, le porte interne incorniciate da un robusto toro in pietra, i due grandi camini, pure in pietra. Al contrario il grande salone e’ stato suddiviso in varie stanze, il suo alto soffitto notevolmente ribassato e la pertinenza a destra (la tinazzara e il canevin = luogo dove erano tenuti gli attrezzi da cantina e i tini, inoltre, una piccola cantina) e’ stata adibita recentemente ad uso abitativo, ed e’ la parte del fabbricato tinteggiata di bianco. Nella corte, a destra della fabbrica, si trovava il selese o xelexe (aia in cotto rosso rialzata dal terreno e contornata da pietra); a fianco 1′ abitazione per la servitù, con la cantina, la stalla per i cavalli, il portico per i mezzi di trasporto (lando’, timonelle e boronsini) ; il tutto e’ andato distrutto circa due anni fa per far spazio ad una nuova abitazione, così di originale sono rimaste le ottocentesche stalle per i bovini ed il grande portico ad archi pieni. Questa era una zona paludosa che andava soggetta sovente ad inondazioni, finche’, verso gli anni trenta, gli attuali proprietari Rigon hanno completato 1′ opera di bonifica; invero, la costruzione padronale e’ elevata dal terreno circostante ed ha il vuoto sotto il pavimento del piano nobile, con due fori posti sia sotto le scale convergenti dell’entrata principale, che di quella sul lato opposto, che portava al brolo, e ciò per lasciar defluire le acque da una parte all’altra della casa durante gli allagamenti. Lasciamo la Fangosa prendendo la diritta cavezagna (= capezzagna o capitagna) a sinistra della corte, un fosso un dì regno incontrastato di rane e tinche la costeggia ; il color verde dell’erba della riva si esalta col giallo fiore dei gustosi pissacan (– tarassaco o dente di leone). Prima di incontrare la Roggia Anguissolo bisogna soffermarsi, almeno per un attimo, a gustare il silenzio che ci circonda e il vento che scendendo da Strabuseno accarezza la pelle e scompiglia i capelli, a godere 1′ abbraccio dei colli che partendo da Meledo portano allo stupendo vecchio borgo brendolano, arroccato sotto la sua vetusta Rocca dei Vescovi. Ed ecco 1′ Anguissolo che si snoda sinuoso tra la più fertile terra di Brendola. Nei documenti antichi si trovava scritto anche Lagussolo, in quanto il fiume partiva da un laghetto situato poco più sotto la Contrà Casetta e, a forma di serpente (anguis dal latino), procedeva fino ad immettersi nel Fiumicello. Il toponimo Lagussolo o Laguzzolo e’ citato già dal 1223. L’acqua della roggia nasce abbondante dalle numerose piccole e grandi risorgive o boje e corre veloce ad incontrare il più grande fiume, specie da quando il consorzio di bonifica ha abbassato il suo alveo e raddrizzato il corso, per portare più acqua al Basso Vicentino, nel tratto denominato coa del gambaro (= coda del gambero) sia per il suo zigzagare, che per i gamberi che lì si pescavano. Negli anni cinquanta era ancora popolato da una variegata fauna, ora scomparsa: dal tasso alla lontra, alla martora, dal barbagianni al cuculo, al gufo, alla civetta, al beccafico, alla gallinella d’acqua e nelle sue acque guizzavano marsoni ed anguille. Per attraversarlo era stato costruito un ponticello formato da due tronchi di castagno posti per traverso, con sopra inchiodate delle tavole di legno e protetto da un corrimano fatto da pertiche di salice; accanto si trovava il lavatoio dove veniva risciacquata la lissia (= bucato grosso) ed allora si vedevano le bianche lenzuola allungarsi nella corrente, trattenute a stento dalla “donna di casa”. Passato 1′ attuale ponte, sulla destra si apre 1′ appezzamento di terreno ancor oggi chiamato discuerte (= terre scoperte) nella cui parte terminale si trova una ricca zona archeologica già esplorata soprattutto in superficie da don Mario Dalla Via. Ora il terreno e’ preparato per la semina del mais, ma se ci si trova da queste parti quando e’ appena arato si può aver la fortuna di imbatterci in frammenti di embrice, monete, vetri, anse d’anfora, fibule, pesi da telaio. Certamente questo era un luogo abitato già dai Paleoveneti, data la vicinanza del corso d’acqua pescoso per1’abbondanza degli animali selvatici richiamati qui dalla sete: di ciò si trova traccia scavando oltre i settanta centimetri. Successivamente sono arrivati i Romani che. hanno centuriato la zona, ossia divisa geograficamente e data in premio ai soldati fedeli; il decumano era la via Postumia che collegava Genova ad Aquileia (pressappoco l’attuale statale 11 Padana Superiore che continuava anche per 1′ attuale Corso-Palladio a Vicenza). Il decumano era una linea fissa che passava da est ad ovest 1’accampamento militare romano, mentre quella che correva da nord a sud veniva chiamata cardo, parallelamente si formavano delle linee ad angolo retto che dividevano il terreno in tanti rettangoli regolari ed eguali. I soldati, smesse le armi e divenuti contadini, cominciarono a bonificare la terra liberandola dalle acque, innalzando il terreno nella parte centrale, a colmo, per farlo scolare più’ velocemente; malgrado le arature sempre più’ profonde ed il tentativo di livellare tutto per facilitarne il lavoro, i campi a colmo resistono a testimoniare l’insediamento degli antichi abitatori.Tutta la zona che parte dalle “discuerte” ed arriva al Fiumicello Brendola è chiamata Arcomagna, un tempo anche Alemagna e Arimania, toponimi che indicano con sicurezza la presenza in questi luoghi del popolo longobardo ed anche della venuta degli Arimanni, boscaioli tedeschi arrivati qui verso il mille e cento – mille duecento. Infatti nel documento più antico rimastoci, riguardante una convicinia (= riunione dei capi famiglia) nel 1197, radunata al suono delle tavole (= battendo fra loro delle tavolette di legno) in quanto a quell’epoca non esistevano ancora le campane, si rileva tra 1′ altro la cessione da parte del Comune di Brendola di un bosco in Arcomagna, al fine di ricavare denaro per colmare il buco dei debiti da cui era gravato.
Procedendo per la capezzagna e rasentando stalle nuove e vecchie con relative concimaie in bella mostra, ci introduciamo dalla parte posteriore nella Corte Colombara Storato.
Qui un tempo esisteva una “colombara”, ossia in origine una torre di difesa e di avvistamento dalla massiccia e compatta struttura quadrangolare, alta dai tre ai quattro piani, ricoperta da un tetto di tegole a quattro spioventi, con pochi fori regolari meno che all’ultimo piano dove le parecchie aperture servivano a scrutare eventuali avvisaglie nemiche. Passato il pretesto per cui era sorta, dapprima e’ stata abbassata e poi inglobata in altre costruzioni rustiche, quali le “barchesse”, il pollaio, il forno, la legnaia, il porcile, il ricovero dei colombi che nidificavano all’ultimo piano e, soprattutto, la stanza “dei ferri”, cioè un luogo chiuso di lavoro dove erano conservati tutti i vari utensili e materiali atti a costruire e riparare attrezzi agricoli e domestici. Si trovava a levante della corte, ma ora il tutto ha subito radicali modifiche tanto da non immaginarne più 1′ aspetto originario. Al centro della grande corte domina la mole inusitata dell’abitazione padronale, con alla sua destra un’antica costruzione databile intorno al ‘500 ed alla sua sinistra gli annessi rustici. Il fabbricato dominicale e’ stato fatto erigere nel 1782, con gli annessi rustici, dai Malipiero, nobili veneziani, ed ora e’ di proprietà delle famiglie Storato.Il prospetto, dalle spaziature composite non ha subito esternamente delle sostanziali modifiche, se non nell’aggiunta della barchessa a destra e delle due porte laterali a quella centrale ad arco sormontata da un poggiolo; al contrario l’interno e’ stato riattato qualche anno fa alle esigenze d’oggi, cosicchè di originale sono rimasti i granai e la cantina. Degna di essere guardata con occhio più critico e’ la costruzione a destra della corte , già esistente molto prima che qui giungessero i Malipiero e che mostra la sua nobiltà nella pregevole fattura delle tre porte ad arco pieno, di cui quella centrale più ampia e delle aperture sui tre piani, corse da una vigorosa cornice in pietra, nelle robuste spalle pure in pietra che contengono la muratura formata da sasso faccia a vista. Gli interni sono rimasti inalterati, mai sconvolti da rinnovate manomissioni se non nel naturale ricambio di alcune parti in legno divenute guaste con 1′ andar del tempo. A sinistra si trova 1′ alto portico con i fori rotondi del sottotetto per dare ventilazione al fienile e con le grandi arcate a tutto sesto che inizialmente erano quattro: tre che davano sulla corte ed una, a ponente, che portava all’abbeveratoio, rifornito per mezzo di una canaletta sotterranea dall’acqua dell’ Anguissolo. L’unica rimasta intera e’ quella centrale, le altre sono state chiuse, parzialmente o totalmente, per dar spazio ad un ampliamento abitativo. Metà della corte era ed e’ ancora occupata dal ” selese”, ampio riquadro di mattoni rossi, occupato al centro da lastre rettangolari di marmo ruvido, bordato da una cordonatura di pietra, sul quale venivano poste ad essiccare le biade – frumento e mais – prima di metterle al riparo nei granai, oppure dove si batteva il frumento quando ancora non erano giunte da noi le trebbiatrici. Era il salotto buono dei bambini che lì si sbizzarrivano nei loro molteplici e fantasiosi giochi; adesso e’ stato ridotto di un quarto per far posto ad un giardino ed il cotto rosso e’ stato coperto da un manto di cemento. Altri spazi della corte sono occupati, nelle parti posteriori o laterali, dalle costruzioni necessarie allo svolgimento della vita contadina: due stalle nuove, i vecchi pollai, il porcile, i ricoveri per la paglia ed il fieno, la rimessa per i trattori, i letamai. Qui respiro l’aria che dalla prima infanzia mi ha portato a divenire uomo, in questa grande casa sono nato ed ho vissuto per lungo tempo della mia vita. Ogni volta che vi ritorno mi lascio andare ai ricordi del passato e mi ritrovo bambino felice a correre, giocare in una corte animata da numerose persone ( per un certo periodo, nell’immediato dopoguerra, queste case erano abitate da oltre 50 persone) e mi vedo ragazzo ad arrampicarmi come uno scoiattolo su per le piante da frutto del brolo, insieme con gli inseparabili cugini Mario e Renzo, a placare la tanta fame giovanile. Il brolo, posto dietro la casa padronale, era una pezza di terra dove i filari delle viti erano più stretti di quelli che normalmente separavano campo da campo, più adatti a produrre uva da vinificazione, come era costumanza dell’epoca. Le viti, a gruppi di tre o quattro, erano sostenute per lo più da opi (=aceri campestri ) e producevano uva , sia da tavola che da vino, dai nomi oggi dimenticati : cavrara, corbina, regina, ussolara, gallo, italia ed altre. Alle volte, al posto dell’opio o intramezzate tra un gruppo di viti e l’altro, c’erano piante costituite da varietà rustiche che non abbisognavano di particolari riguardi e che davano frutta dalla primavera all’autunno, ossia ciliegi, albicocchi, meli, peri, peschi, nespoli, noccioli, noci, ed i vari tipi di susini, tutta manna del cielo per le nostre giovani bocche. Nel brolo venivano portati i pulcini e messi con la chioccia sotto la caponara (= largo cesto di vimini capovolto, con grosso foro centrale ),lì erano lasciate libere a cercare vermi di terra le galline, le faraone, le tacchine, i capponi (= galli evirati ), mentre gli altri animali da cortile, anatre ed oche andavano a starnazzare nel fosso prospiciente la corte ed a nutrirsi di pesce. Rivedo alla sera i visi stanchi, cotti dal sole, degli uomini e donne che tornavano dal faticoso lavoro dei campi, giacché si faceva manualmente pressoché tutto e l’unico aiuto nei lavori pesanti era dato dalle coppie di grandi bianchi buoi dalle lunghe corna durante l’aratura dei campi e nel traino dei carri, che lasciavano con il loro peso profondi solchi delle ruote nelle capezzagne. Al contrario di oggi, in cui si prediligono le più redditizie monocolture del mais e della soia, le coltivazioni erano diversificate per dar respiro alla terra: si seminavano il frumento, la barbabietola da zucchero, il tabacco, il sorgo” maranello” dal piccolo rosso grano ottimo per far la polenta, la “spagna” ( = erba medica), il “sinquantin” (sorgo seminato in seconda coltura che veniva falciato cinquanta giorni dopo la semina ed insilato, serviva come pasto invernale del bestiame ),” la strepola” (erbaio seminato in autunno col frumento e che cresceva dopo la mietitura ), la canapa. Tante di queste colture sono scomparse, particolarmente quella del” canevo” (=canapa) che veniva seminata in file nella pezza di terreno denominata “anoai o anoali”, poco discosta dalle case, per poter ricavarne fibra da filare e da tessere. Il procedimento era assai laborioso: ai primi di agosto, finita la fioritura, le canne di canapa venivano dapprima tagliate e raccolte in mazzi, poi messe a macerare per almeno 15 giorni nella “fossa dei canevo”, quindi si portavano nel” selese” ad asciugare. Iniziava allora la battitura col ” dojaro” (= correggiato, strumento conosciuto sin dall’antichità, composto da due bastoni: uno più lungo e grosso che veniva impugnato ed al quale veniva congiunto, con delle cinghie di cuoio, uno più corto e fine che serviva da battitore) per maciullare i gambi e levarne le parti grezze; dopo si procedeva alla gramolatura, alla scatolatura, alla pettinatura e alla lavatura della fibra per farla schiarire. Finalmente la canapa era materiale pronto per essere filato col fuso, la rocca e la mulinella nelle lunghe serate d’inverno, durante le veglie dei filo’; con le matasse di “canevo” si tessevano soprattutto ruvide lenzuola e si costruivano le grosse ” soghe” da carro e da “lissia”. Ma adesso e’ tempo di ripartire, di abbandonare la Corte Colombara Storato per il lungo e diritto stradone bianco, non più attorniato dal duplice filare di morari (= gelsi). Ritorniamo all’asfalto, alla frenesia del vivere quotidiano, all’attualità dell’inquinamento, dei rumori assordanti e della televisione che ci spegne la fantasia; alle nostre spalle lasciamo un mondo che, pur progredito giustamente col progresso tecnologico, conserva intatto il ritmo lento del trascorrere delle stagioni, dove ancora il sudore dell’uomo si accomuna alla pioggia benefica del cielo per fecondare e far rivivere la nostra amata madre terra.

IL FIUME

Il fiume così era vivo e donava vita e gioia. Le sue acque e le sue rive erano popolate da una miriade di pesci ( che lo risalivano fino alle risorgive per depositare le uova), di animali acquatici che con voracità si nutrivano dei pesci; c’erano inoltre crostacei, anfibi, sauri, rettili, tutti esseri viventi che l’inquinamento, iniziato negli anni sessanta, ha spazzato via quasi completamente.
Si annoveravano dunque:
– tra i pesci: 1′ anguilla (bisato), la trota iridea (trota) , il cavedano (squalo), il ghiozzo (marson e ardarolo), l’alborella (salgarella), lo spinarello (spinosa), la tinca (tenca), la carpa (carpa), il luccio (luzzo);
– tra i crostacei: il gambero (gambaro) d’acqua dolce, che camminava a ritroso tra i sassi del letto del fiume e che messo in padella a cuocere diventava rosso fuoco;
– tra gli anfibi: la rana verde (rana), ottima da mangiare fritta nell’olio, la raganella (saltro) dal color nocciola, il rospo (rospo) comune;
– tra i sauri: le numerose lucertole (bisardole) ed i ramarri verdi (ligaori);
– tra i rettili: la natrice dal collare (bissa d’aqua) e sulle rive il biacco maggiore (scarbonasso),il saettone o colubro d’ Esculapio (anda);
– tra gli uccelli: la folaga, la marzaiola,il tarabuso ed il tarabusino (arne selvadeghe ), l’averla (reiestola), il pettirosso (petarelo), la gallinella d’acqua (viatara), il beccafico (becafigo), il martin pescatore, la passera scopaiola (selega), il merlo, il tordo, la cannaiola, la capinera, la strolaga;
– tra i mammiferi : la lontra (sgora),scomparsa alla fine degli anni cinquanta, della quale è stato notato un esemplare nel tratto dell’Arcomagna a Meledo nell’anno appena trascorso, il tasso, il riccio (porzeleto risso), la lepre (liegore).
La continua pulizia dell’alveo e la necessità di aver libertà di movimento sulle rive hanno di fatto eliminato sia la vegetazione arborea che dimorava lungo il fiume ,e cioè 1′ acacia (cassia), il pioppo (albara), il salice comune (selgaro o salgaro), il salice viminario (stroparo) , 1′ acero campestre (opio), 1′ orno (ornaro), 1′ olmo (olmo), che quella arbustiva, vale a dire la siepe di rovo (spinarolo), il sambuco (saugaro), il pruno selvatico (brombiolaro), il sanguine (sanguanela) dal quale noi ragazzi prendavamo i rami per fare la forcella della fionda, la curativa dulcamara (ucamara). Consistente, al contrario, è sopravvissuta la flora erbacea, comune a tutti i corsi d’acqua del territorio berico, quindi troviamo ancora il romice comune (lengua de vaca), la panicastrella (pavio), il dente di leone (pissacan), il trifoglio (strafoio), la profumatissima menta d’acqua (erba menta), la cannuccia (canelo), il giunco (carezon), il giunco da stuoia (careza) con il quale s’impagliavano e s’impagliano tuttora le sedie (careghe), il rafano (cren), la salutare ortica (ortiga), 1′ equiseto (coa de volpe), 1′ acetosa ( pan e vin ), l’achillea, la festuca, il giaggiolo acquatico ( iris giallo) e tantissime altre.
Sin dall’antichità 1’uomo ha affidato all’acqua le sue sporcizie, le sue miserie ed i rifiuti del suo vivere quotidiano; ne sono prove lampanti i numerosi pezzi di ceramica rinvenuti durante la prima grande pulizia del Fiumicello effettuata dal Consorzio di Bonifica dietro la chiesa della Madonna dei Prati (parti di scodelle e piatti cinquecenteschi con decorazioni interne e col timbro del fornaciaio, pezzi di bicchieri e di altro vasellame domestico) e, nell’anno teste’ passato, il ritrovamento di vario materiale fittile di epoca medioevale al1′ incrocio delle vie Strada delle Asse, Rossini e Madonna dei Prati, durante 1o scavo di uno scolmatore fognario. Si dice “tanto 1′ aqua la porta via tuto”, ma alle soglie del terzo millennio quanto si sta pagando in salute e denaro per questa cattiva abitudine ? Posta nella parte terminale di due valli, quelle del Chiampo e dell’Agno, e posizionata a ridosso dei colli Berici, Brendola vede il suo territorio particolarmente esposto ai problemi ambientali relativi in particolare all’aria e all’acqua, causati dall’enorme inurbamento e dalla polverizzazione delle industrie a ” rischio”, situate a monte(Arzignano, Chiampo, Trissino, Montebello Vicentino, Montecchio Maggiore).Nel nostro paese, in cui i settori secondario e terziario trovano largo sviluppo, la tutela dell’ambiente e’ sempre fonte di acceso contrasto tra chi cerca di difendere la salubrità del luogo e chi invece vuol salvaguardare esclusivamente i propri interessi economici. Bisogna dar atto alle Amministrazioni Comunali, succedutesi dal 1970 in poi, di aver difeso la popolazione con oculatezza e tempestività’ contro i vari attacchi messi in atto da criminali senza scrupolo; per questo ogni azienda di Brendola, già da parecchi anni, viene schedata allo scopo di tenere sotto controllo tutte le attività produttive del paese, ma ahimè, ciò che arriva da fuori risulta incontrollabile. In merito a quanto sopra si vogliono qui di seguito elencare alcuni fatti, sia vissuti in prima persona, che raccolti da giornali e riviste a tiratura locale e nazionale, che hanno malauguratamente avuto per attore principale il Fiumicello Brendola:
Anni Sessanta – il massiccio insediamento abitativo della vicina Alte Ceccato crea grossi problemi al Comune di Montecchio Maggiore: gli scarichi civili vanno a formare una maleodorante cloaca a cielo aperto nella bassura che ha per confini la scarpata ferroviaria e la strada statale 500. Purtroppo ogni liquido solitamente scorre verso il terreno meno elevato, cosicché il Comune di Brendola concede , se mi è consentito ‘svende”, come ha fatto con 1′ ingresso autostradale, 1′ alveo del Fiumicello per dar modo di scolare 1′ insalubre liquame. L’aumento del materiale organico e dei polifosfati derivante dai detersivi dà subito i primi frutti: muta 1′ aspetto vegetativo
e l’acqua limpida viene soppiantata dalle brutte chiazze di bianca schiuma che lambiscono le rive e scendono al mare. Il collettore che s’immette nel Fiumicello, appena passato il ponte di ferro all’Orna, subito prima della risorgiva principale denominata “Le Dose”, diventa una manna per i furbi , che provvedono con estrema solerzia a convogliarvi i veleni dell’industria chimica, della cromatura, della concia e della verniciatura. Per la popolazione di Brendola, ma particolarmente per quella di Vo’, sono guai, guai seri : il fiume non dona più acque chiare e guizzanti pesci, ma danni agli occhi, alla gola, ai polmoni e soprattutto malattie tumorali. La gente si rivolta, con il Sindaco in testa invade con i trattori il centro storico del capoluogo e dapprima occupa la Prefettura Vicentina, poi il Palazzo della Regione a Venezia. Il mondo politico cerca di porre freno a questa scottante situazione ed invia al Vo’ il signor Cora’ Renato di Montecchio Maggiore, medico dentista e delegato zonale alla Camera dei Deputati, che guardando il torbido liquido scorrere sotto il ponte proclama: “tenete duro, in tempo brevissimo tutto sarà risolto e con 1′ acqua del fiume cuoceremo gli spaghetti, che mangeremo insieme nella piazza “della pesa”. Son passati oltre trent’anni, ma questa spaghettata non e’ mai stata effettuata. Ad onor del vero da circa un decennio la costruzione del depuratore consortile e 1’intubamento dei reflui civili ed industriali, sia di Montecchio Maggiore che di Brendola, fino al ponte “Caenelo” ha risolto in gran parte i problemi di Vo’. E’ di quel periodo (anni sessanta) 1′ enorme propagarsi per la campagna della bassa brendolana di grossi topi (adoperati come cavie da una industria chimica di Alte Ceccato e poi lasciati vivi a moltiplicarsi nelle condutture fognarie) che hanno danneggiato abbondantemente e per più di qualche anno le colture del mais e a seguito di morsi hanno infettato 1′ uomo di leptospirosi , causandone gravi forme patologiche, in qualche caso isolato anche mortali. L’acqua, ripulita dai reflui fognari, diviene limpida e si ripopola di pesci, ma nel 1985 una immissione abusiva, particolarmente tossica, proveniente pare da qualche scarico industriale, fa morire al Vo’ una grande quantità di trote, marsoni ed anguille. I colpevoli son ben presto individuati e nel 1987 il Tribunale di Vicenza commina varie pene a cinque note ditte di Brendola – Angelo Santi (stampaggio materie plastiche), Mario Cerato (arredamenti metallici), Vincenzo Meneghello (macello pubblico), Giancarlo Bisognin (laboratorio di ceramiche), Renzo Sgolmin (lavorazione marmi) -, ma sono stati veramente questi gli autori del gesto inconsulto, considerata la tipologia dell’ attivita’ propria di queste imprese e la dislocazione delle medesime, tutte situate nella zona industriale di via Mattei, quando, come innanzi detto, la moria si e’ verificata solo nelle vicinanze e nel centro del Vo’ e non piu’ a monte? Non possono forse essere i capri espiatori di un gesto inconsulto compiuto da altri che hanno riversato i veleni o dal ponte della Madonna dei Prati o addirittura un po’ prima del molino Bonamin ?
Al termine del 1987 una nuova smisurata minaccia si affaccia al nostro territorio: il riversamento nel sottosuolo di notevoli quantità’ di cromo esavalente; sembra che 1′ origine del fenomeno non dipenda da un inquinamento partito da lontano, ma un fatto doloso di scarico abusivo di sostanza inquinante operato da qualche ditta (di Montebello Vicentino ?) con 1’ormai collaudato sistema dell’autobotte che di notte porta lontano il micidiale rifiuto riversandolo in qualche punto.
L’avanzamento della massa metallica viene costantemente tenuto sotto controllo e fortunatamente 1′ irreversibile disastro ecologico viene bloccato dall’argilla compatta a qualche centinaio di metri dalle falde acquifere nelle quali pesca 1′ acquedotto comunale, situato accanto al Fiumicello nelle vicinanze del ponte di via Madonna dei Prati.
Nel 1990 la “diga mobile”, costruita appena fuori dall’abitato di Vo’ dal Consorzio di Bonifica della Riviera Berica per modificare il sistema idraulico del Fiumicello, tendente a far defluire 1′ acqua verso i terreni coltivati del Palù, scatena un mare di polemiche dato che al sopraggiungere dei primi caldi il tratto a monte, proprio nel centro del paese, si trasforma in un ristagno putrescente, divenendo regno incontrastato di zanzare e mosche.
Il fatto viene facilmente risolto togliendo la diga mobile, dando cosi’ libero sfogo alla corrente.
Altri e molti sono stati gli attacchi perpetrati al Brendola, qui sono stati esposti i più indicativi, purtroppo altri ne saranno commessi giacche’ la dabbenaggine, 1’egoismo e 1′ ingordigia dell’uomo non hanno limiti nel tempo. Oggi il rombo del motore dei trattori rompe il silenzio della campagna e le pale meccaniche “grattano” il fondale del fiume, un tempo più rispettato, accudito, amato e temuto.
Il fiume tagliava sinuoso la campagna,1′ acqua scorreva con inesorabile, lento movimento a raccoglierne i sovrabbondanti umori e le piogge eccessive trovavano freno alle loro mattane, divenivano così riserve ristoratrici per il periodo dell’arsura; le rive erano una piccola ricchezza alla portata di tutti: i poveri raccoglievano 1′ erba per i conigli e nelle sue acque pescavano quel tanto che bastava per dare un po’ di quiete alla fame. I ragazzi lo usavano come terreno di conquista, liberi negli incontrollabili spazi del loro mondo appartato, fatto di giochi a volte violenti, dove la forza fisica spesso dominava 1’intelletto.L’ acqua scorre ancora sotto il ponte, come una volta, ma dà tristezza vederla così malridotta, d’un colore opaco e scuro, piena di lunghe e putrescenti alghe, che serpeggiano e si dondolano nella corrente; quanto è aumentata la velocità del suo flusso, tanto è divenuto frenetico il modo di vivere quotidiano, ma quello scampolo di umanità dal sapore antico, che accompagnava ogni gesto, ogni passo dei nostri genitori non è del tutto scomparso, attorno si nota un paziente cammino nel ricercare ciò che è stato e questo dona coraggio ad una speranza che non vuol morire.